Un anno di letture - prima parte

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  • Publicato:Settembre 26th, 2008
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  • Categoria:web

Le vacanze di Natale sono per me l’occasione per terminare alcune letture professionali, soprattutto libri, che da un po’ di tempo aspettano di essere concluse. Di alcuni di questi libri parlo qui, lasciando a futuri interventi gli altri.

Più che recensioni si tratta di un insieme di spunti che ho trovato particolarmente utili nel mio lavoro, anche se in alcune occasioni non nascondo la delusione nel trovarmi di fronte a qualche prodotto che avrebbe potuto essere migliore.

Di solito non lascio questi libri intonsi: mi piace sottolineare frasi e paragrafi che ho trovato significativi, e che in qualche caso riporterò.

The cult of the amateur - Andrew Keen

Non si può certo dire, dopo averlo ascoltato al Le Web 3, che Andrew Keen sia una persona che sprigioni simpatia.

The cult of the amateurLo stesso tono si trova anche nel libro che ha scritto lo scorso anno, il cui sottotitolo la dice lunga: “How today’s internet is killing our culture”.

La tesi di Keen è presto detta: il web 2.0 è un’accozzaglia di contenuti il cui valore è paragonabile a quello della spazzatura, anche Wikipedia non si salva; la nascita dei siti di social networking non ha fatto altro che spostare gli incauti fruitori di informazione da siti giornalistici rinomati e specializzati a fonti di dubbia professionalità, portando alla morte diverse testate; combattere contro i contenuti liberi, anche se scadenti, è impossibile per le grandi major discografiche e cinematografiche.

Un testo da evitare, quindi? Tutt’altro. Al di là di queste e altri frasi sensazionalistiche, il libro di Andrew Keen evidenzia correttamente alcuni aspetti ancora poco chiari dell’economia basata su questo web 2.0.

Keen si chiede per esempio chi siano i proprietari di tutto il contenuto che produciamo con tutte queste piattaforme di social networking. Sottolinea anche la necessità, soprattutto per i più giovani, di maturare una forte coscienza critica che permetta di discernere tra la moltitudine di contenuti a disposizione, piuttosto che soffermarsi alla prima fonte trovata.

Qualche citazione

  • Giornali e riviste, tra le più affidabili fonti di informazione del mondo in cui viviamo, stanno crollando, grazie ai blog gratuiti (pagina 8, mia traduzione)
  • Chi è il proprietario del contenuto creato [su Myspace]? Questa definizione nebulosa di proprietà, unita alla facilità con cui possiamo copiare e incollare il lavoro di altri come se fosse nostro, è risultato in una serie di appropriazioni della proprietà intellettuale (pagina 23, mia traduzione)
  • Il culto dell’amatore fa si che sia difficile capire quale sia la differenza tra lettore e scrittore, tra artista e manipolatore, tra amatore ed esperto. Il risultato? Il declino della qualità e affidabilità dell’informazione che consumiamo (pagina 27, mia traduzione)
  • Ogni casa discografica defunta, ogni reporter lasciato a casa, ogni libreria chiusa sono la conseguenza del contenuto libero generato dagli utenti in internet (pagina 27, mia traduzione)
  • Ogni visita all’informazione libera di Wikipedia significa un cliente in meno per un’enciclopedia professionale come l’enciclopedia Britannica (pagina 29, mia traduzione)
  • Il talento è una risorsa limitata. Non troverete del talento dietro l’individuo annegato nel suo pigiama davanti al computer, che se ne esce con assurdi interventi nel suo blog o recensioni anonime di film. Alimentare il talento richiede lavoro, capitale, esperienza, investimenti. Richiede l’infrastruttura dei media tradizionali - i talent scout, gli agenti, gli editori, i pubblicisti, i tecnici, il marketing. Il talento è costruito dagli intermediari. Se togliete gli intermediari, togliete anche lo sviluppo dei talenti. Ecco perché l’economia espressa in “The long tail” di Chris Anderson è sbagliata (pagina 32/33, mia traduzione)
  • Su Wikipedia, 2 più 2 a volte fa 5 (pagina 40, mia traduzione)
  • Nel culto dell’amatore, quelli che sanno di più possono essere soffocati da quelli che sanno di meno (pagina 43, mia traduzione)
  • L’informazione gratuita non è gratuita, perché dobbiamo considerare il tempo speso per leggerla con occhio scettico (pagina 46, mia traduzione)
  • La responsabilità di un giornalista è quella di informarci, non di conversare con noi (in risposta a We The Media di Dan Gillmor, pagina 49, mia traduzione)
  • Google è un parassita, perché non crea contenuto (pagina 135, mia traduzione)

Voto

6.5 su 10

Si consiglia di consumare in abbinamento con

  • We the Media, di Dal Gillmor
  • The Long Tail, di Chris Anderson
  • Cultura Convergente, di Henry Jenkins (recensione in questo stesso intervento)
  • Arcipelago Web, di David Weinberger (recensione in L’eredità di Small Pieces Loosely Joined)

Altre informazioni

The cult of the amateur, di Andrew Keen, pubblicato da Doubleday, circa 230 pagine, 22.95 dollari

Cultura convergente - Henry Jenkins

Cultura convergentePer chi ha trovato semplicistico e fuorviante quanto raccontato da Andrew Keen in “The cult of the amateur” viene in aiuto, quasi troppo, questo libro di Henry Jenkins. In questo testo si parla di come i produttori di media (televisione, cinema, editoria) sempre più utilizzino mezzi diversificati per fidelizzare i propri utenti e di come, allo stesso tempo, i fan di questi prodotti utilizzino gli stessi media per amplificare e arricchire la loro esperienza.

Ogni capitolo, in questo libro, ruota intorno al dualismo (a volte in contrapposizione, altre in partecipazione) tra azienda produttrice e consumatore, più che altro consumatore affezionato e appassionato, vero e proprio fan.

Appassionati della serie televisiva “Survivor”, che condividono via web le loro analisi per cercare di scoprire, prima che sia reso noto a più, chi ha vinto il reality, e in quale location è stato girato. Appassionati di “American Idol”, tanto appassionati da essere ricercati dagli sponsor della trasmissione. Appassionati di “Star Wars”, che realizzano film amatoriali, alcuni dei quali con effetti e sceneggiature di tutto rispetto (come per esempio Star Wars Revelations). Ragazzini appassionati di Harry Potter che realizzano racconti e avventure che trattano temi secondari rispetto alla saga, ma non per questo meno importanti.

In alcuni casi queste produzioni amatoriali non sono viste di buon occhio da chi detiene il copyright, aziende con il timore di perdere il controllo su quella che considerano essere la loro gallina dalle uova d’oro. Qui rientra la maggioranza dei casi. In pochi altri invece, dopo una prima fase di cautela, le aziende produttrici si sono dimostrate tolleranti riguardo le produzioni dei loro fan, fino ad arrivare a coinvolgerli attivamente, mettendo loro a disposizione materiale dedicato e promuovendo concorsi e incontri. Sempre, però, definendo chiaramente i limiti da non superare. Le aziende produttrici si stanno comunque rendendo conto che lo zoccolo duro dei propri utenti, i veri e propri fan, sono la fonte più preziosa di guadagno, sia diretto, sia indiretto, grazie alla visibilità che i gruppi di utenti oggi riescono a raggiungere grazie a strumenti quali il web.

Jenkins cita nel libro un testo scritto da Peter Walsh (e recuperabile in internet, That Withered Paradigm: The Web, the Expert, and the Information Hegemony) e che tratta della differenza tra “il paradigma dell’esperto” e “l’intelligenza collettiva”, cioè di come internet e i media sociali stiano cambiando il modo di intendere il ruolo della competenza e professionalità. Una lettura consigliata.

Quello di Jenkins è un testo che non sembra avere dirette influenze verso chi sviluppa un sito web, ma solo a prima vista. Penso in particolare alla corposa sezione in cui Jenkins sottolinea l’importanza, per un’azienda, di non considerare i diversi media con cui si presenta ai clienti come compartimenti tra loro stagni.

Certo, Jenkins fa riferimento prima di tutto alle produzioni cinematografiche di Hollywood e ad esempi come la trilogia di Matrix, in cui il film, il videogame, i cartoni animati e i fumetti sono stati progettati come facenti parte del medesimo universo. In realtà questo dovrebbe essere vero anche per il sito dei nostri clienti. Quante volte ci troviamo a lavorare con foto e contenuti che sono stati pensati esclusivamente per il cartaceo, senza che qualcuno si sia preoccupato (in tempi “non sospetti”) di realizzare il materiale da utilizzare anche per il sito web?

Cultura convergente è un testo appassionante, soprattutto perché chi lo scrive è prima di tutto un fan e non lesina aneddoti e “casi studio” davvero curiosi. A dire il vero si sarebbe potuto forse rinunciare ad approfondire così nel dettaglio i diversi esempi, senza per questo togliere importanza al lavoro dell’autore. Unica vera nota negativa la presenza di svariati refusi nella traduzione italiana.

Qualche citazione

  • La convergenza tra media è molto più che un semplice cambiamento tecnologico, alterando invece i rapporti tra i pubblici, i generi, i mercati, le imprese e le tecnologie esistenti (pagina XXXIX)
  • La convergenza è sia un processo discendente, dall’alto verso il basso, guidato dalle corporation, che una dinamica ascendente, dal basso verso l’alto, guidata dai consumatori (pagina XLI)
  • Ciò che tiene unita un’intelligenza collettiva non è il possesso del sapere, ma il processo sociale di acquisizione della conoscenza in quanto dinamico e partecipativo (pagina 34)
  • Quando la gente guarda un programma che le piace, è più sensibile agli spot che vanno in onda (pagina 42)
  • La fedeltà al brand è il santo graal dell’economia affettiva grazie alla “regola 80/20″: per molti prodotti di consumo, l’80% degli acquisti è effettuato dal 20% dei consumatori (pagina 56)
  • Le aziende che allentano il controllo sul copyright attireranno i consumatori più attivi e impegnati, mentre quelle che spietatamente fissano limiti ben precisi si troveranno una fetta sempre più piccola del mercato (pagina 166)
  • La migliore soluzione legale per uscire dalle sabbie mobili potrebbe essere una riforma normativa sull’uso equo, che renda legittima la circolazione di saggi critici e storie a commento di contenuti mediatici, qualora essa sia di origine grassroots e non finalizzata al profitto (pagina 202)
  • I candidati possono costruirsi la propria base su internet, ma hanno bisogno della televisione per vincere le elezioni (pagina 231)

Voto

8 su 10

Altre informazioni

Cultura convergente, di Henry Jenkins - Titolo originale Convergence Culture - pubblicato in italia da Apogeo - 370 pagine - 22.00 euro

Learning jQuery

Learning jQueryIn più di un’occasione ci siamo trovati, lo scorso anno, a realizzare progetti (soprattutto intranet) in cui utilizzare interazioni Ajax più o meno complesse.

Tra i diversi framework disponibili la scelta è caduta su jQuery, più per caso che per scelta accurata. Di documentazione in rete relativamente a jQuery non c’è che l’imbarazzo della scelta. Vista la volontà che sia web designer, sia sviluppatori potessero in futuro lavorare con jQuery, quello che cercavamo era un testo che si proponesse di partire dalle basi, anche visto l’efficace utilizzo delle nomenclature in stile CSS di jQuery, senza dare troppe competenze per scontate.

E Learning Jquery riesce, quasi sempre, a raggiungere questo scopo. Esagererei se dicessi che sia sufficiente conoscere HTML e CSS per padroneggiare i concetti espressi, senza aver mai visto una riga di Javascript. Non è così: Javascript va conosciuto, ma soprattutto è necessaria un’infarinatura sul funzionamento di un linguaggio di programmazione.

Quello che gli autori sono riusciti a fare bene è introdurre i diversi concetto della programmazione in jQuery a progressivi livello di difficoltà, cercando allo stesso tempo di realizzare un esempio didattico completo, nello specifico il catalogo di un sito di ecommerce di libri. L’editore e gli autori hanno anche saputo resistere alla facile tentazione di includere nel testo anche una guida di riferimento, al solo scopo di aumentare il numero di pagine e di conseguenza il costo.

La reference guide esiste però come testo acquistabile a parte, redatto dagli stessi autori ed è decisamente ricca di esempi, anche se la maggior parte è a dire il vero un po’ troppo banale.

Il testo di Learning jQuery nasce per opera degli autori del blog che porta lo stesso nome, learningjquery.com. Poiché è il libro a nascere dopo il sito, e non viceversa, non si corre per fortuna il rischio di trovare interventi fermi a mesi fa; il blog è in realtà molto aggiornato e, indipendentemente che decidiate o meno l’acquisto del testo, è una sicura risorsa di interesse da aggiungere al proprio lettore di feed.

Informazioni

Learning jQuery, di Karl Swedberg, Jonathan Chaffer - edito da Packt Publishing - pagine 380 - 36.99 euro

Organizzare la conoscenza

Organizzare la conoscenzaOrganizzare la conoscenza parla di architettura dell’informazione e quindi potrebbe sembrare che, in qualche modo, “faccia concorrenza” con quella che viene considerata la bibbia dell’architettura dell’informazione: Information Architecture for the World Wide Web di Lou Rosenfeld e Peter Morville. Forse è anche per questo che il testo ha atteso nel mio scaffale un anno buono prima di essere letto.

In realtà così non è. Il respiro di Organizzare la conoscenza è infatti più ampio e abbraccia, oltre al web, anche altri ambiti, come per esempio l’ambito bibliotecario, che è poi la culla dell’architettura dell’informazione.

Può sembrare un controsenso, ma iniziare un testo come questo dalle biblioteche per poi arrivare all’architettura dell’informazione sul web permette di introdurre e approfondire concetti che Rosenfeld e Morville hanno trattato solo marginalmente, rendendo più chiaro quello che è il lavoro di un architetto dell’informazione nel web.

Tra i diversi capitoli, ho trovato particolarmente illuminanti i centrali, il quinto, sesto e settimo. Più che per le definizioni e i concetti espressi (faccette, classificazioni gerarchico-enumerative, tesauri, gerarchie, ecc.), che si ritrovano in Information Architecture for the World Wide Web, sono stati gli esempi a chiarire alcuni dubbi. La directory di Yahoo!, per esempio, utilizza uno schema di classificazione ibrido con categorie non mutuamente esclusive, situazione abbastanza comune per i siti web.

Se avete acquistato Information Architecture for the World Wide Web e sentite di aver bisogno di qualche esempio in più per fissare i concetti appresi, questo testo potrebbe fare al caso vostro.

Informazioni

Organizzare la conoscenza - di Claudio Gnoli, Vittorio Marino, Luca Rosati - edito da Hops Tecniche Nuove - pagine 214 - 18.90 euro

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Saper comunicare

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  • Publicato:Settembre 26th, 2008
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I giudici della competizione di startup qui a Le Web 3 hanno detto la loro sui prodotti presentati, ma anche sulle presentazioni di accompagnamento. Tra le critiche condivise:

  • mancanza di obiettivi precisi - quale è il problema che si tenta di risolvere?
  • minuti spesi a parlare della startup invece del prodotto
  • molte startup risolvono problemi troppo piccoli, hanno paura di osare di più
  • speaker “titubanti”, presentazioni non pensate e progettate a dovere (”ogni minuto deve essere programmato, limato, imparato a memoria”)

Di presentazioni “titubanti” ne ho viste parecchie quest’anno, indipendentemente dall’importanza dello speaker, da Londra a Milano, da Roma a Parigi. Anzi, con l’aumentare di queste conferenze che ruotano attorno ai temi del web 2.0 sembra che la qualità delle presentazioni ne abbia sofferto. Dopo anni in cui l’elenco puntato di Powerpoint sembrava essere stato condannato a morte, capita sempre più spesso di imbattersi in dense slide con carattere corpo 12 lette parola per parola dallo speaker.

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Le Web 3 in pillole

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  • Publicato:Settembre 26th, 2008
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Semplicità. Questo forse il termine più adatto per raccontare la prima giornata di Le Web 3, a Parigi.

  • Semplicità come filo conduttore dello sviluppo di Twitter, secondo quello che ha raccontato Evan Williams. Twitter è un’applicazione che deve poter funzionare perfettamente anche con il cellulare, via SMS. Per questo si è scelto di limitare le caratteristiche dell’applicazione, al fine di poter servire le diverse periferiche da cui è possibile accedervi. “L’uso del cellulare ha i suoi limiti, per cui l’interfaccia deve essere molto, molto semplice”. “Aggiungere dei vincoli a un’applicazione può aiutare l’utente”.
  • Semplice è anche il design dei prodotti secondo Philippe Starck. “Minimizza l’essenza, rendi invisibile, togli materia”
  • Semplicità è una delle caratteristiche dei progetti di casa Google, raccolta sotto l’ombrello di velocità. “Costruisci in fretta un semplice prototipo, lancia il prodotto sul mercato e genera feedback dagli utenti”.

Semplicità, cioè il tema del libro che mi accompagna in questi giorni in giro per Parigi, The Laws of Simplicity, 10 regole per migliorare il design dei prodotti, raccontate in 100 pagine. Una lettura consigliata, a partire dal (per una volta) ricco blog di supporto.

Ecco altri pensieri raccolti nel corso di questa intensa giornata, cominciata alle 8.30 e che probabilmente non terminerà per le 19.30, come da programma:

  • il valore di un’identità online è direttamente proporzionale alla sua età (Chris Alden, SixApart)
  • abbiamo commesso 2 errori in Facebook. Il primo è stato di reagire in ritardo alle legittime richieste di funzionalità dei nostri utenti, il secondo è che non abbiamo spiegato nei dettagli l’introduzione di altre funzionalità (Dan Rose, Facebook)
  • il web 2.0 è dominato da aziende di tecnologia, che non sanno cosa cosa sia la cultura, ma ragionano esclusivamente in termini di pubblicità, non capendo nulla dei contenuti che sono riversati dagli utenti. Altro che “everyone is a producer”! (Andrew Keen, autore di The cult of amateur, testo critico nei confronti del web 2.0)
  • chiunque si trovi a gestire un servizio di social networking di successo non sa fino a dove spingersi per permettere all’utente di portare fuori dal servizio le proprie informazioni, e condividerle per mezzo di API o altri strumenti. Non lo sa perché non è ancora chiaro quale sia il modello di business di questi servizi, e quindi quali informazioni siano monetizzabili (Tariq Krim, Netvibes)
  • Perché un’azienda dovrebbe aprire i cancelli delle proprie applicazioni? Perché se non lo fa lei, lo farà qualcun altro (Marc Canter, Broadband Mechanics)

L’organizzazione di Le Web 3 quest’anno non ha lesinato negli spazi. Oltre al grande auditorium un intero padiglione è dedicato alle startup e un altro al “social networking” tra i professionisti e appassionati del settore.

Per chi è interessato a qualche ulteriore dettaglio sulla conferenza, consiglio la serie di interventi in liveblogging sul sito di Bruno Giussani, davvero dettagliati, tra cui:

In un blog del Guardian c’è inoltre la trascrizione dell’infuocato confronto con Andrew Keen.

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Un anno di incontri

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  • Publicato:Settembre 26th, 2008
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Non posso di certo lamentarmi, perché in questo 2007 ho avuto la possibilità di partecipare a eventi dedicati a discipline a me care. Search Engine Strategies a Milano a maggio, Future of Web Apps a Londra a ottobre, IAB Forum a novembre a Milano, Information Architecture Summit a Trento qualche giorno fa, oltre al barcamp di Roma, quello di Treviso e allo splendido workshop su Ruby on Rails tenuto dagli amici di Seesaw.

E, tra meno di due settimane, eccomi di nuovo in volo per Parigi verso Le Web 3, come l’anno scorso.

Puntualmente, prima di iscrivermi, mi chiedo se ne valga la pena. Di certo i relatori, almeno sulla carta, sembrano professionisti in grado di trasmettere quel qualcosa in più. Ma, tranne rari casi, questo non succede mai. Chi segue i loro weblog, chi come noi spende qualche ora alla settimana per il proprio aggiornamento non imparerà probabilmente nulla di nuovo. Non è una novità. Ricordo che lo stesso mi è successo, anche se in ambito diversi, con lo Smau. Non ci ho messo più piede da quando, grazie a internet, sapevamo tutto quanto sarebbe stato presentato con largo anticipo.

Ma, diversamente dallo Smau, partecipare a questi incontri è importante. E’ importante per avere un riscontro, non importa quanto scontato, sul proprio modo di operare. Capire che anche all’estero la pensano come noi ci fa forse sentire un po’ meno alieni in patria. Importante anche per chi, amici, colleghi e collaboratori, non ha la nostra fortuna e rimane a casa aspettando con impazienza, a fine giornata, il resoconto su Fucinaweb. Anche questa voglia di condividere, probabilmente, dovrebbe far parte del bagaglio di un project manager.

Se passate anche voi dal Le Web 3, teniamoci in contatto.

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Project manager: leader o ragioniere?

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  • Publicato:Settembre 26th, 2008
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Interessante l’intervento dal titolo Are you a leader or a tracker? scritto da Scott Berkun, già autore del testo The Art of Project Management.

Berkun si riferisce al termine project manager, spesso utilizzato per descrivere figure professionali che project manager in realtà non sono.

Secondo Berkun può definirsi project manager chi sovraintende l’intero processo, chi approva i budget, chi decide la composizione del gruppo di lavoro e la suddivisione dei compiti (di questo ho parlato nella Introduzione al web project management, anche se il mio intervento era riferito in particolare al mondo internet). In casi come questo il project manager è a tutti gli effetti un project leader.

Se invece il lavoro svolto si limita al controllo dell’andamento del progetto, per poi riportare le analisi in documenti consegnati ai propri responsabili per valutazione, non è corretto parlare di project manager, ma di project tracker, cioè “segugio” del progetto.

Ho incontrati diversi project tracker, soprattutto nel 2000/2001, ai tempi d’oro di internet. Erano ragazze o ragazzi neolaureati che spesso si trovavano a lavorare per società nel settore telefonico. Quella del project tracker potrebbe forse essere una fase transitoria nella carriera del project manager, l’inizio, un’ottima scuola.

Come fare a distinguere un project leader da un project tracker? Berkun propone di porre loro questa intervista, che traduco liberamente:

  • Sei la figura a cui il gruppo di lavoro fa riferimento?
  • Crei / contribuisci a creare o segui i requisiti utente?
  • Crei / contribuisci a creare o segui le specifiche di lavoro?
  • Crei / contribuisci a creare o segui le pianificazioni?
  • La progettazione è una parte consistente / minoritaria o trascurabile del tuo lavoro?
  • Quanto tempo passi a coordinare il progetto piuttosto che ad analizzarne l’andamento?
  • Come cambia il tuo coinvolgimento dall’inizio al completamento del progetto?
  • Sei completamente / parzialmente o indirettamente responsabile per la riuscita del progetto?

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Il saccheggio dei blog

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  • Publicato:Settembre 26th, 2008
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Curioso il modo con cui siti come repubblica.it o corriere.it hanno gestito le notizie legate all’uccisione in autogrill del tifoso laziale o all’assassinio della ragazza inglese a Perugia.

I protagonisti di queste storie avevano una presenza in internet, una pagina su Facebook o un blog e l’informazione è ben presto arrivata ai giornali.

Sarebbe stato lecito aspettarsi che gli articoli pubblicati in questi giornali online contenessero qualche rimando al blog, per esempio una selezione di link verso interventi che cercassero di spiegare comportamenti o passioni di questi ragazzi. E’ quello di cui Dan Gillmor parla in We the media, cioè il ruolo del giornalista come editor, selezionatore e propositore delle fonti:

I take it for granted that my readers know more than I do, and this is liberating, not threatening. Our core values, including accurancy and fairness, will remain important. Our ability to shape larger conversations will be at least as important as our ability to gather facts and report them.

E’ però molto difficile trovare i link ai blog in questi articoli, se non nascosti in fondo a qualche spalla del sito o annegati alla fine della pagina. Quello che in realtà è successo è che i giornalisti si sono appropriati dei contenuti copiandoli nei propri articoli, saccheggiandoli. Sono state saccheggiate le frasi da riportare in brevi articoli di contorno e sono state saccheggiate soprattutto le foto, finite a comporre gallerie fotografiche al solo scopo di aumentare le pageview del giornale. Sarebbe stato più corretto, oltre che più semplice, riportare un link al blog, eppure non è quasi mai stato fatto.

E’ questo a cui serve un blog, i nostri blog? A fornire materiale pronto all’uso per redattori insonnoliti e pigri? I contenuti di un blog hanno senso se analizzati nel complesso, mentre un solo intervento, isolato dal resto, non ha valore.

E pensare che molti di questi giornali online sono convinti di utilizzare una struttura innovativa, a blog. Ma di blog c’è - per l’appunto - solo la forma, non il contenuto.

Non è una novità. Lo stesso David Weinberger, durante il suo intervento allo IAB Forum la scorsa settimana (ma anche in quello dell’anno scorso a Parigi), lamentava l’atteggiamento di alcuni siti, come quello del New York Times, realtà in cui perfino i banner portano nuovamente a una pagina interna del sito.

Non sarà una novità. Ma ogni volta che vedo questi comportamenti mi auguro sia l’ultima.

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David Weinberger allo IAB Forum 2007

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  • Publicato:Settembre 26th, 2008
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Sono allo IAB Forum di Milano per assistere alla prima delle due giornate del convegno. Approfitto dell’inaspettata connessione per scrivere qualche veloce appunto sull’intervento di David Weinberger, che ho già avuto modo di incontrare lo scorso anno a Parigi (e l’intervento ricorda in alcuni punti proprio quella presentazione).

Aggiornamento del 13 Novembre 2007: sul sito della IAB sono presenti video e slide della presentazione di David Weinberger.

E la presentazione è sicuramente accattivante e ricca di pathos, anche se in alcuni elementi non mi sembra procedere secondo un chiaro filo logico. Ma sono stato rapito dai gesti, dalle smorfie e dalle urla di Weinberger sul palco, per cui la mia trascrizione risulta senza dubbio lacunosa e imprecisa.

Secondo Weinberger le sfide sono fondamentali nel mondo del marketing, perché le sfide introducono anche nuove possibilità di mercato. Possono in particolare diventare possibilità per coinvolgere e comportarsi nel modo “giusto” sia con il nostri clienti, con i nostri mercati.

Weinberger fa un paragone con la costruzione e l’ingegneria. Più grandi e complessi sono i progetti, maggiore è la necessità di controllo perché questi si concludano felicemente. Per questo si introducono i manager, poi i manager dei manager, poi i manager che controllano i manager di manager.

Visto che il Word Wide Web e complesso, quanti manager servono per tenerlo sotto controllo? Nessuno, eppure è una delle cose più importanti che abbiamo mai creato. E questo non è un caso, ma è stato fatto con coscienza. Il web è una “permission free zone”, nel bene e nel male. E va considerato che c’è un’intera generazione che sta crescendo nel web.

Quello che accade nell’attuale teoria economica è che dopo aver costruito il business lo difendiamo come se fosse un forte. Controlliamo attentamente le comunicazioni verso i clienti, gli diciamo non quello che vogliono sentirsi dire, ma quello che vogliamo dirgli. E lo chiamiamo marketing!

Internet però non ha barriere, non ha segreti. E questa situazione va a braccetto con il fatto che i clienti conoscono meglio i prodotti delle stesse aziende, perché parlano tra di loro, perché usano i prodotti.

Si dice che i mercati siano conversazioni, ma non ci sono mercati per i messaggi.

Il marketing a un certo punto diventa guerra: marketing campaign, targeted marketing, saturation marketing, stategic marketing, marketing penetration. E’ una spiacevole situazione.

Abbiamo così suddiviso i clienti in mercati, che però non sono reali. Pensiamo che chi appartiene allo stesso market sia suscettibile alle stesse scelte, ma ci siamo accorti che non è così. Abbiamo allora introdotto il concetto marketing centrato sulla persona, come se ogni utente fosse un mercato. Ma neanche questo è vero. In realtà quello che succede è che le persone parlano le une con le altre e formano tra di loro dei mercati, mercati basati su interessi comuni.

  • abbiamo conversazioni per il gusto di averle, conversazioni reali
  • nascono in modo volontario
  • sono “open ended”, non sono guidate verso particolari conclusioni, non sappiamo dove conducono

La vera sfida è quella di riuscire a coinvolgere i nostri clienti in queste conversazioni.

Weinberger parla di quando ha voluto comprare una lavatrice e si è collegato al sito del produttore, che contiene solo informazioni di vendita. In un forum di utenti ha però trovato personale qualificato, soprattutto un certo Jim, che rispondeva alle domande. Weinberger ha creduto a Jim e non all’azienda:

  1. perché scriveva con errori, era genuino
  2. perché era parte di una conversazione

La cosa interessante è che queste conversazioni minano il lavoro della pubblicità tradizionale, perché riescono ad andare molto oltre.

Weinberger affronta poi qualche argomento legato al suo libro. Abbiamo detto alle aziende che l’informazione è il cuore dell’azienda, la cosa più importante. Consci di questo, hanno fatto di tutto per proteggerla e per non condividerla verso l’esterno. Oggi però ci rendiamo conto che il vero valore aggiunto dell’informazione è poterla usare, derivare altre informazioni. E’ più importante potere aggregare le informazioni piuttosto che proteggerle.

Le informazioni dovrebbero essere presentate con chiarezza. Sarà chi poi le analizza che le potrà far diventare complesse: la gioia della complessità. E per quanto riguarda la credibilità? Come comportarci con servizi come Wikipedia? Ci fidiamo? Sì, perché Wikipedia pone chiaramente, con delle note, avvertimenti sulla qualità degli articoli (un articolo che contraddice un altro, informazioni e sorgenti non verificate, un articolo che contiene poubblicità, un articolo che use parole non chiare, un articolo che potrebbe non essere neutrale). In questo modo la credibilità di Wikipedia esiste, perché ammette di poter sbagliare. Ci dice, come lettori, che è dalla nostra parte, non sta cercando di dirci che è migliore degli altri.

Cosa possono fare quindi le aziende? Possono passarci la palla, come per esempio fa Amazon con le recensioni, perché la gente compra libri che le piacciono. Ma come entrare nella conversazione? Non basta essere trasparenti, chiari e onesti. Dobbiamo coltivare la conversazione con i nostri clienti, dobbiamo onorare la conversazione (”honor the conversation”).

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Introduzione al web project management

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  • Publicato:Settembre 26th, 2008
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Dal mio profilo in Fucinaweb si capisce che il mio ruolo è quello di web project manager. Ma cosa fa di preciso un web project manager e, di conseguenza, cos’è il web project management?

Il web project manager è la figura che si preoccupa di gestire e coordinare la realizzazione di un progetto web (sito o applicazione), dal suo concepimento fino alla consegna al cliente (e anche oltre, con la fase di manutenzione). Il web project manager è un professionista “a tutto tondo”, perché entra in contatto con il cliente, con la parte commerciale, con i creativi, con gli sviluppatori e con i sistemisti cioè, in poche parole, con chiunque lavori al progetto.

Rispetto a un project manager di software tradizionale, il web project manager si trova spesso a lavorare su un terreno ancora in parte da esplorare. Innovazione continua, gruppo di lavoro eterogeneo, variabilità nell’assegnazione dei costi, tecniche di sviluppo agile sono variabili che influenzano profondamente il suo modo di operare.

E’ difficile stabilire con certezza quali siano le mansioni e le competenze di un “bravo” web project manager, ma si può tentare di stilare un elenco. Un web project manager:

  • è in grado di definire un progetto in termini di costo (di infrastruttura, di persone, di contenuto, di manutenzione), di tempo (tempo totale di realizzazione e data di consegna prevista), di qualità (misurandola con metriche quantitative)
  • interagisce con il cliente. In una prima fase l’incontro può avvenire insieme a un commerciale; i successivi incontri saranno gestiti in autonomia dallo stesso web project manager. Per il cliente il web project manager è molto spesso l’unico referente e di conseguenza anche l’unico responsabile dei ritardi/malfunzionamenti/incomprensioni legati al progetto
  • si relaziona con un gruppo di lavoro composto da diverse figure con competenze anche molto eterogenee
  • sa comunicare, a tu per tu, in riunione e sulla carta. Riesce a tenere le redini di un meeting e a redigere documenti, tra cui il documento di analisi dei requisiti e quello di specifiche. Non è escluso che si trovi anche a partecipare alla fase di stesura dei prototipi o wireframe
  • stabilisce quali siano le figure professionali necessarie e più indicate a realizzare quel particolare progetto
  • poiché è molto probabile che più progetti siano in cantiere nello stesso momento, è in grado di pianificare il lavoro di tutto il team, in modo da impegnare le risorse su più fronti. Definisce in poche parole le fasi in cui intervengono i diversi attori
  • non ipotizza da solo i costi e i tempi, ma sa richiedere il parere del proprio team per giungere a una precisa e condivisa previsione. Il web project manager non è un one man band
  • crede nello spirito di squadra, e fa di tutto per coltivarlo
  • si preoccupa di far maturare e premiare le competenze dei singoli. Propone al momento giusto cambi di competenze ed è successivamente in grado di valutare il raggiungimento degli obiettivi concordati
  • è conscio che i problemi non si possono eliminare totalmente, ma sa come anticipare i problemi, riconoscendoli in tempo. Riconoscerli in tempo permette di risolverli prima che diventino vere e proprie emergenze
  • definisce quanto spazio c’è per l’innovazione in ogni nuovo progetto, e quanto invece richiede l’utilizzo di soluzioni già realizzate
  • se le risorse interne all’azienda non sono sufficienti (o non dispongono delle competenze sufficienti) per far fronte a un problema, ricerca a lavora (anche a distanza) con collaboratori esterni
  • è in grado di realizzare buona parte del progetto da solo, anche se probabilmente con risultati qualitativi molto inferiori e tempi invece elevati rispetto al gruppo che coordina. Questo gli permette da un lato di poter stimare in una prima fase i progetti con buona approssimazione, dall’altro di capire le difficoltà incontrate dal proprio team
  • riesce a scendere a compromessi, perché sa che il budget quasi mai consente di realizzare un ottimo prodotto nei tempi previsti

Più il web project manager agisce su questi parametri, migliore è la qualità di lavoro dello stesso web project manager. Aumentare la opportunità di delega verso il team, per esempio, ha il duplice scopo di far maturare nuove competenze al gruppo e di aumentare il tempo che può essere impiegato per valutare nuove opportunità.

Aggiornamento del 2 Settembre 2008 - Per approfondire il ruolo del web project manager ho anche scritto una serie di domande e risposte sul web project management (FAQ).

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Le tesi sul web 2.0

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  • Publicato:Settembre 26th, 2008
  • Commenti:No Commenti
  • Categoria:web

Con colpevole (e non giustificabile!) ritardo rispetto alla mia richiesta del marzo scorso, pubblico l’elenco delle tesi finora consegnatemi dagli studenti e che riguardano gli aspetti sociali o tecnici del web 2.0. Si tratta di opere notevoli alcune delle quali, in pieno spirito web, sono rilasciate con licenza Creative Commons.

10 Marzo 2008 - Ho aggiornato l’elenco con altre tesi, che trovate alla fine, realizzate da Anna Torcoletti, Maria Giovanna Candido e Elisa Sisto.

Anticipo una domanda: sì, c’è anche il link diretto alla versione PDF della tesi caricata qui su Fucinaweb o, quando possibile, direttamente sul sito dell’autore.Lascio spazio alle tesi, ma vi chiederei alcune cortesie:

  1. vi invito a segnalare nel vostro sito le tesi, perché questi ragazzi si meritano la migliore visibilità. Nel farlo, inserite il link a questa pagina piuttosto che direttamente al documento PDF
  2. se trovate interessante una di queste tesi (magari perché ne state scrivendo una sugli stessi temi, visto che mi avete scritto in migliaia per chiedermi “quando le metti online perché il mio prof. mi ha chiesto di fare una tesi sul web 2.0″), contattate l’autore per avvisarlo e ringraziarlo, ok?
  3. se avete realizzato una tesi riguardante il web 2.0, non è troppo tardi per inserirla in questo elenco. Contattatemi

E adesso cominciamo, in rigoroso ordine alfabetico, con…

Lorenzo Cavina - Progettazione e sviluppo di applicazioni web di ultima generazione con Ajax

La tesi, scritta quando ancora non era facile trovare documentazione esauriente su Ajax e HttpRequest, ha un taglio tecnico, ma inizia con il cercare una definizione di web 2.0 (passando per il web 1.0 e 1.5) e di web semantico.L’autore non si limita a una descrizione dell’architettura Ajax, ma ne analizza i pro e i contro, oltre alle alternative, come per esempio Flash, Java Web Start e AHAH, un Ajax “leggero”. Capitolo molto interessante è anche quello dedicato alla scoperta di pattern di sviluppo in Ajax.Donwload della tesi:

  1. Lorenzo Cavina - Progettazione e sviluppo di applicazioni web di ultima generazione con Ajax (dall’Università di Bologna)

Riferimenti autore:

Carlo Daniele - Una comunità accademica nell’epoca del web 2.0

Con questa tesi si è posto per prima cosa l’obiettivo della creazione di un portale in grado di ospitare una comunità accademica “virtuale”, aperta, fondata sui principi che caratterizzano l’idea del Web 2.0.Una piattaforma del genere deve essere capace di ospitare i contenuti generati dagli utenti della comunità, ma deve anche essere aperta a contributi esterni, generati su altre piattaforme dagli stessi utenti, ma anche da soggetti non appartenenti alla comunità accademica, come giornalisti, docenti e studenti di altre discipline e università, aziende e organizzazioni, singoli individui (magari visitatori occasionali).Un secondo obiettivo del lavoro è la libera circolazione dei saperi accademici.Il problema fondamentale era, quindi, un problema di architettura di un social network. Per la messa in opera della piattaforma, si è scelto il CMS Joomla! per il quale sono stati creati ex-novo due componenti in grado di gestire le informazioni relative all’offerta formativa, alla pubblicazione degli orari delle lezioni e delle date d’esame.Download della tesi:

  1. Carlo Daniele - Una comunità accademica nell’epoca del web 2.0 (su box.net)
  2. Slide di presentazione (su slideshare)

Riferimenti autore:

Davide Del Monte - E-Learning e Knowledge Management: sviluppo di un portale web con blog e wiki

Viene illustrato in questa tesi il processo che ha portato alla progettazione di un portale web di e-Learning e Knowledge Management, partendo dall’analisi dello stato dell’arte in termini di servizi e piattaforme già esistenti, fino alla creazione di una piattaforma dedicata.L’aspetto innovativo della piattaforma, Cognitio, è l’impiego di strumenti come wiki e blog per la distribuzione e fruizione dei corsi a distanza e la collaborazione tra gli utenti. Questo permette flessibilità al sistema, che si trasforma da semplice contenitore di materiale didattico in un strumento per la condivisione e la gestione della conoscenza, con interessanti applicazioni anche in ambito aziendale, al di fuori di un contesto puramente formativo.Cognitio integra al suo interno un sistema opensource di blogging multiutente (Roller) e un motore wiki (JSPWiki).Download della tesi:

  1. e-Learning e Knowledge Management: studio per la tesi (intervento dal sito dell’autore)

Riferimenti autore:

Daniela Gamba - E-democracy e web 2.0

La tesi analizza i limiti dell’attuale concetto di e-democracy e formula un possibile modello di applicazioni fatto di una serie di linee guida, basato sui concetti fondanti del web 2.0.I valori alla base del web 2.0, in particolare, rappresentano i valori fondanti per una e-democracy 2.0: partecipazione, collaborazione, personalizzazione e condivisione. Dove in passato le sperimentazioni di e-democracy hanno clamorosamente fallito, oggi attraverso piattaforme in stile web 2.0 è possibile raggiungere obiettivi democratici di notevole portata.E proprio da questo approccio mentale che si può partire per modificare e migliorare il rapporto tra cittadino e Pubblica Amministrazione.Ho notato con interesse il fatto che la stessa tesi è in linea con il web 2.0. Ogni capitolo è infatti stato associato a un elenco di tag e la bibliografia di riferimento è stata tutta inserita in del.icio.us.Download della tesi:

  1. Daniela Gamba - E-democracy - Indice
  2. Daniela Gamba - E-democracy - Capitolo Primo
  3. Daniela Gamba - E-democracy - Capitolo Secondo
  4. Daniela Gamba - E-democracy - Capitolo Terzo
  5. Daniela Gamba - E-democracy - Riferimenti sitografici

Riferimenti autrice:

Ambra Lazzari - Feed RSS e Atom. La rivoluzione dell’informazione nell’era del web 2.0

La tesi affronta per prima cosa i temi relativi al web 2.0 per poi focalizzare l’attenzione sul mondo dei feed RSS e Atom.Consta di tre parti: la prima è un’analisi (comunicativa e sociale) dei nuovi applicativi e servizi propri del web 2.0, la seconda è una disamina tecnica dei formati di feed (tra cui Rss e il rapporto con Atom), e la terza è la simulazione di feed per il sito dell’Università di Torino.Download della tesi:

  1. Ambra Lazzari - Feed RSS e Atom - Copertina esterna
  2. Ambra Lazzari - Feed RSS e Atom - Copertina interna
  3. Ambra Lazzari - Feed RSS e Atom - Tesi

Riferimenti autrice:

Davide Potente - iTunes e il profumo dell’informazione

Di questa tesi ha già parlato lo stesso autore in trovabile.org, a cui rimando per approfondimenti. Mi limito a prendere in prestito qualche paragrafo introduttivo.iTunes trasforma la comune ricerca all’interno di un archivio in un processo evolutivo: l’utente può raffinare i risultati ottenuti in base alla tipologia di contenuto desiderato, oppure in base agli interessi maturati nel corso della ricerca.Questa soluzione è stata ottenuta abbandonando il rigido sistema di classificazione gerarchica delle informazioni a favore di una logica semantico-relazionale vicina al sistema della classificazione a faccette.Le scelte dell’utente saranno favorite da una serie di riferimenti (citazioni bibliografiche, link alle risorse web, icone relative alle fonti e tutte le parti testuali o grafiche costituenti un’interfaccia utente) che suggeriranno i percorsi di ricerca più idonei, veicolando il profumo dell’informazione.Download della tesi:

  1. Davide Potente - iTunes e il profumo dell’informazione

Riferimenti autore:

Taddeo Zacchini - .beta, progettare interfacce Web 2.0

La tesi, come riportato nel sito dell’autore, consiste in una ricerca nell’ambito del design delle interfacce e in uno studio dell’immagine Web 2.0, correlati ad un progetto prototipico: Ystle. Il tema di riferimento della ricerca è stato quello dell’usabilità, mentre per la realizzazione del prototipo sono state sviluppate linee guida specifiche dell’immagine.Download della tesi:

  1. Pagina di dettaglio dal sito dell’autore

Riferimenti autore:

Anna Torcoletti - Blog e Tumbl, progetto di ricerca sui nuovi linguaggi e le prospettive di comunicazione del web

Dalla pagina di presentazione dell’autrice:

Il fiore all’occhiello del web 2.0 è il weblog, questo è esaminato e confrontato con il tumblelog e più in generale con il fenomeno del microblogging al fine di comprendere le specificità dell’uno e dell’altro mezzo.Sono entrambi due risorse che non si escludono a vicenda ma rappresentano due modalità per esprimere la propria identità in rete.La pratica di tumblelogging, per essere compresa fino in fondo non deve essere osservata attraverso la prospettiva del blog, altrimenti non si riusciranno a percepire i vantaggi e quello che di nuovo e comodo presenta

Download della tesi:

  1. Dal sito dell’autrice

Riferimenti autrice:

Maria Giovanna Candido - L’iPod tra Interaction Design e Architettura dell’Informazione

Dall’introduzione alla tesi:

La tesi vuole analizzare i rapporti tra marketing, usabilità d ergonomia cognitiva, cercando di chiarire l’importanza che oggi assumono: il design, lo studio delle relazioni tra l’uomo e le macchine e l’architettura dell’informazione.Lo scopo è quello di sottolinearne la complementarietà come strumenti per il raggiungimento della massima usabilità sia dal punto di vista dell’azienda che da quello dell’utente finale.Si partirà dal recupero del rapporto tra marketing ed usabilità attraverso l’analisi di alcuni marchi che applicano questo principio alla presentazione dei propri prodotti. La seconda parte verterà sullo studio dettagliato dell’iPod della Apple come icona di innovazione e semplicità, e come ottimo progetto di design dell’interazione.

Per un’anteprima dei concetti espressi nella tesi consiglio la lettura dell’intervento della stessa autrice in trovabile.org: Architettura dell’informazione e trovabilità nell’iPod.Download della tesi:

  1. Maria Giovanna Candido - L’iPod tra Interaction Design e Architettura dell’Informazione - Indice
  2. Maria Giovanna Candido - L’iPod tra Interaction Design e Architettura dell’Informazione - Tesi
  3. Maria Giovanna Candido - L’iPod tra Interaction Design e Architettura dell’Informazione - Bibliografia

Riferimenti autrice:

Elisa Sisto - Le piattaforme web 2.0 nelle strategie comunicative e di marketing. Il caso zooppa.com

La tesi, dopo una prima parte di ricerca e rappresentazione del funzionamento delle tecnologie e servizi web 2.0 (tagging, condivisione, generazione dei contenuti dagli utenti e socialità) analizza nel concreto Zooppa.com, la nota piattaforma di social advertising. Per farlo l’autrice ha da un lato analizzato i contenuti del sito, dall’altro ha condotto alcune interviste agli utenti che partecipano alla community, di cui condivide i risultati.Download della tesi:

  1. Elisa Sisto - Le piattaforme web 2.0 nelle strategie comunicative e di marketing. Il caso zooppa.com - Tesi

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    Tutti in Silicon Valley

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    • Publicato:Settembre 26th, 2008
    • Commenti:No Commenti
    • Categoria:web

    Se in questi giorni avete un quarto d’ora di tempo e volete approfondire alcuni degli aspetti del Future of Web Apps di Londra, soprattutto per quanto riguarda il futuro delle startup (su Fucinaweb ci sono molti appunti dai diversi interventi della due giorni), vi consiglio la lettura di una piccola polemica tra Paul Graham, fondatore di Y Combinator, e Ryan Carson, uno degli organizzatori dell’evento.

    Y Combinator, per chi non lo sapesse, è una società che investe in giovani startup. Elargisce fondi, nell’ordine dei 5000 dollari, più 5000 dollari per ogni socio fondatore, e in cambio richiede quote societarie (maggiori informazioni sono disponibili in una FAQ sul loro sito, scritta con un tono diretto, ma anche un po’ detestabile).

    A Londra mi sono perso gran parte dell’intervento di Paul Graham, anche se qualcosa ho scritto, ma fortunatamente lo stesso Graham ha pubblicato sul suo sito un lungo articolo sull’argomento. Lungo, ma che merita una lettura attenta, perché parla di come, nel pensiero di Graham, le startup stiano diventando una commodity, nascono cioè come funghi e con poche risorse. Graham sottolinea anche come già oggi stiano emergendo standard rivolti alle startup, come quelli relativi alle acquisizioni, con Google in testa.

    Un punto però non è stato digerito da Ryan Carson. Secondo Graham far crescere una startup in Silicon Valley fa una bella differenza, perché è un’area specializzata per interagire, comunicare, discutere. Perché, detta in soldoni, sono tutti lì, e trovarsi faccia a faccia con chi può aiutare è fondamentale. Graham ha quindi consigliato senza indugi a chi sta pensando a una startup di fare armi e bagagli e spostarsi lì.

    Finito il discorso di Graham avevo in effetti intravisto un Carson agitato sul palco che, da buon inglese e senza far passare troppo tempo, si diceva in disaccordo con la tesi del collega americano. Carson sostiene, e non potrebbe essere altrimenti, che la location non fa poi troppa differenza, ma la differenza è nelle idee.

    Entrambi hanno poi replicato nei rispettivi siti, prima Graham, poi Carson. Leggete le interessanti tesi, ma sappiate - come è facile immaginare - che non hanno cambiato posizione.

    Chi ha ragione? Probabilmente, come sempre, tutti e nessuno. Ritengo che far crescere una startup in Silicon Valley porti con sé qualche vantaggio se l’idea è buona, ma soprattutto innovativa. E sono convinto che lavorare in quel contesto permetta di chiarire le proprie idee e di confrontarsi su temi altrimenti solo ipotizzabili. Ma non è detto che una startup debba per forza essere venduta dopo sei mesi a Google, esiste forse qualche possibilità per realizzare idee in altri contesti (cioè luoghi), soprattutto se queste riguardano aspetti più legati all’intrattenimento e alla cultura, piuttosto che l’informatica “spicciola”, come oggi succede per molte startup.

    E voi, avete qualche idea in proposito?

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